Circolo Fotografico Scledense BFI

Per non dimenticare … Mauthausen

Ho visitato e fotografato recentemente il campo di sterminio nazista di Mauthausen, diversi anni dopo la visita di Auschwitz e di Dachau: dopo le prime due esperienze pensavo di essere ormai vaccinato all’orrore, ma non è stato così.

In effetti ogni lager ha le sue terribili caratteristiche, perché le varie forme di annientamento studiate e pianificate sono in qualche modo diverse le une dalle altre, costruite con varianti legate alla sadica personalità di chi il campo lo dirigeva.

Il modo più logico

Il comandante Franz Ziereis aveva pensato che il modo più logico di sterminare centinaia di migliaia di esseri umani, con i minori costi possibili, era tutto sommato semplice: bastava, con due o al massimo tre mesi di durissimo lavoro quasi senza cibo, ridurli ad uno stato di consunzione totale, veri scheletri viventi.

I forni crematori di Mauthausen, i più numerosi rimasti di tutti i lager nazisti, fanno una grande impressione perché hanno una bocca molto piccola, volutamente dimensionata per contenere corpi molto ristretti. Questi forni furono progettati per ottimizzare al massimo il risultato con la maggior economia possibile e con la minore perdita di tempo. Sembra che fosse indifferente che le persone cremate fossero vive o morte: l’unico aspetto importante era il fatto che avessero raggiunto una certa minima dimensione.

Un enorme masso

Ma ai carnefici di Mauthausen non bastava tutto questo, si dovevano anche divertire durante i turni di guardia alla famigerata “scalinata della morte“. I condannati la percorrevano in salita con un enorme masso sulle spalle, recuperato dalla vicina cava di granito. Chi cadeva veniva subito ucciso; per chi arrivava in cima c’era una specie di lotteria: scelti a caso, i vincitori, soprannominati “paracadutisti“, venivano fatti “volare” dal dirupo, fino a sfracellarsi nelle rocce sottostanti.

Non ho visitato il campo con un preciso progetto fotografico in testa: non avevo le idee abbastanza chiare, e d’altronde il digitale consente di scattare moltissime immagini e di rinviare ad un secondo tempo la definizione del racconto.

Guardando e riguardando le foto scattate, alla fine mi sono chiarito le idee. Anzitutto ho deciso di lasciare il colore: a differenza di Auschwitz la giornata di visita era molto luminosa, e penso che in questo caso anche il colore possa dare un aiuto in termini espressivi. E poi ho composto il racconto scegliendo molte situazioni diverse, rese tutte con almeno una coppia di immagini, per dare un quadro abbastanza completo dei vari ambienti che la visita mi ha proposto.

Non ho inserito alcuna didascalia, nella speranza che le immagini parlino da sole.

Testo e foto di Paolo Tomiello

Le foto sono espose alla mostra Memoria Memorie


Mauthausen classe 3

Il campo di sterminio di Mauthausen era il principale lager nazista austriaco, eretto in cima ad un colle che sovrastava la cittadina omonima, situata a circa 25 Km. ad est di Linz.

Fra tutti i campi di concentramento nazisti fu il solo ad essere registrato di “classe 3”, vale a dire come campo di punizione e di annientamento attraverso il lavoro : vi si attuò lo sterminio soprattutto attraverso il lavoro forzato nella vicina cava di granito e la consunzione per denutrizione e stenti.

Fortezza di granito

Il lager era un’enorme fortezza di granito proveniente dalla cava sottostante, costruito all’inizio con il lavoro di 300 prigionieri trasferiti da Dachau. La fortezza, rimasta incompiuta, era recintata da un reticolato di filo spinato percorso da corrente elettrica ad alta tensione. All’apertura ospitava un migliaio di detenuti, che progressivamente aumentarono di numero: in quasi sette anni di attività vi furono rinchiusi oltre 200.000 prigionieri.

Gli internati erano antinazisti conclamati, intellettuali, Testimoni di Geova, Ebrei, Rom, Sinti, omosessuali, disabili definiti “vite indegne”, criminali comuni: persone provenienti da tutti i paesi che la Germania nazista via via aveva occupato durante la seconda Guerra Mondiale.

Una fabbrica

Nel campo erano operativi un paio di camere a gas e tre forni crematori. Il lager era organizzato come una vera e propria “fabbrica della morte”, che portò in pochi anni ad una cifra accertata di 128.000 vittime. Per impedire il sovraffollamento, si doveva fare regolarmente posto ai continui numerosi arrivi: al deportato non era concesso vivere oltre il limite massimo di 2-3 mesi; doveva morire dopo essersi letteralmente consumato, ridotto ad uno scheletro vivente. Il comandante del campo Franz Ziereis accoglieva i nuovi arrivati con questo discorso: “…Siete venuti qui per morire… qui non esiste l’uscita, ma solo l’entrata… l’unica uscita è dal camino del forno crematorio…”.

Nel campo erano praticati costantemente terribili forme di tortura ed esperimenti medico-chirurgici senza alcuna anestesia. Una delle pratiche più diffuse consisteva nel far percorrere in salita la famigerata “scalinata della morte” con un enorme masso di granito sulle spalle: chi non ce la faceva veniva ucciso all’istante; tra quelli arrivati in cima, alcuni venivano fatti “volare”, per premio, sino a sfracellarsi nel laghetto sottostante.

Italiani

Gli italiani iniziarono ad arrivare nel settembre 1943, a migliaia, accolti con disprezzo in quanto “traditori”: la percentuale di morti tra loro supererà il 50%, ed anche la città di Schio diede il suo contributo di vittime.

Durante gli ultimi mesi giunsero più di 20.000 prigionieri evacuati dagli altri campi di concentramento, per essere sterminati in tutta fretta, con la dinamite, le “marce della morte”, la sparizione del cibo. Il massacro totale venne evitato solo grazie al crollo del 3° Reich.

Il campo di Mauthausen venne raggiunto dalle avanguardie della Terza Armata americana il 5 maggio 1945. Fu l’ultimo dei principali campi nazisti ad essere liberato.

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