Circolo Fotografico Scledense BFI

Per non dimenticare … San Sabba

Per ripercorrere l’orrore dei lager non occorre necessariamente andare fino ad Auschwitz. In Italia si trovano, purtroppo, importanti testimonianze delle pratiche naziste:

  • il Campo di Fossoli in provincia di Modena (1942), ad esempio,
  • il Campo di transito di Bolzano (1944).

La Risiera di San Sabba

È esistito perfino un campo dotato di forno crematorio, unico in tal senso in territorio italiano. Forse la sua ubicazione non è casuale: nella stessa città il duce annunciò solennemente l’istituzione delle leggi razziali (18 settembre 1938). Una città tradizionale crocevia e punto di partenza ideale per l’Europa centrale (dov’erano situati i più grandi campi di sterminio nazisti), caratterizzata dalla presenza di un’importante comunità ebraica e di una delle sinagoghe più grandi del continente: Trieste.

È incredibile

… quanto il lager sia vicino alla città: circa sei chilometri da quella Piazza Unità d’Italia in cui Mussolini si accodò alle politiche naziste. Chi vi si reca si trova di fronte ad uno stretto, lungo e inquietante ingresso monumentale. Il visitatore è proiettato in uno spazio spoglio e agghiacciante, delimitato da un recinto alto ben undici metri in calcestruzzo a vista. Un linguaggio architettonico minimale, “silenzioso”, voluto dall’architetto triestino Romano Boico.

Ma andiamo con ordine.

Stalag 339

La storia della risiera inizia ben prima dell’era nazista. Il complesso era stato costruito nel 1898, e serviva alla pilatura del riso. Dopo l’8 settembre 1943 diventa “Stalag 339”, campo di prigionia per i militari italiani. Circa un mese dopo cambia nuovamente funzione: Polizeihaftlager, ovvero centro di raccolta per detenuti in attesa di essere deportati in Germania e in Polonia. Rimane in attività fino ad aprile 1945.

Furono proprio i tedeschi i primi a modificare la fisionomia del lager: nel tentativo di cancellare le prove dei loro crimini fecero infatti saltare forno e ciminiera poco prima della fuga. In seguito la struttura fu usata come campo profughi per i rifugiati dell’esodo giuliano – dalmata. Solo nel 1965 fu dichiarata monumento nazionale, mentre l’intervento di Boico fu terminato nel 1975.

Sinistri dettagli

Il cortile cintato, una sorta di basilica “laica” a cielo aperto, mostra dei sinistri dettagli: un percorso incassato in acciaio. Si tratta dell’impronta del forno, del canale del fumo e della base del camino. Dove un tempo sorgeva quest’ultimo c’è una scultura: “Pietà P.N. 30”, un’opera essenziale in profilati metallici. Un simbolo astratto che, mimando il percorso del fumo grazie al movimento a spirale degli elementi che la compongono, ricorda non solo i morti ma il “vorticoso impazzimento nazista” (Boico).

La risiera. Sulla facciata l’impronta del crematorio poi demolito

L’orrore non finisce lì: vedere le piccole e terribili celle adibite alla detenzione dei prigionieri e la cella della morte. Nel lager le persone morivano fucilate, con un colpo di mazza alla nuca, impiccate o avvelenate con i gas di scarico di furgoni attrezzati.

Le minuscole celle dei prigionieri

Le vittime sono stimate fra 3000 e 5000. Poche, sicuramente, in confronto ai numeri dell’Olocausto, ma ben più che sufficienti a ricordare come anche l’Italia vi abbia avuto la sua pesante responsabilità.

Testo e foto di Andrea Tessaro

Le foto sono espose alla mostra Memoria Memorie


Sitografia:

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Questa voce è stata pubblicata il 26/01/2021 da in Gallerie con tag , , , , .

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