Circolo Fotografico Scledense BFI

Fotografia e alpinismo

Vittorio Sella è uno dei miei maestri

Se a dirlo è un fotografo come Ansell Adams, riconosciuto unanimemente come un maestro della fotografia di paesaggio, dobbiamo proprio crederci.

Vittorio Sella è di una generazione più vecchio rispetto a Adams, essendo nato a Biella nel 1859 mentre il secondo nel 1902. E’ nipote di un famoso uomo di stato, quel Quintino Sella che fu ministro del Regno d’Italia fino al 1881 e anche fondatore del Club Alpino Italiano.

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Proviene da una famiglia di industriali amanti della montagna e alpinisti. Da suo padre apprende la tecnica fotografica e abbina le sue due passioni: alpinismo e fotografia. Fu il primo a salire sul Cervino e sul Monte Rosa in pieno inverno e ad attraversare il Monte Bianco sempre in inverno. Si recò all’estero: tre volte in Caucaso, dove oggi un picco porta il suo nome, in Alaska, in Uganda. Assieme al duca degli Abruzzi si recò sul K2 senza riuscire a raggiungerne la cima.

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Quando aveva già 76 anni si recò ancora una volta sul Cervino, ma dovette abbandonare l’impresa, non per problemi che lo riguardassero, ma per un incidente occorso alle sue guide.

Attrezzatura fotografica

Se pensate a una macchina fotografica con tanto di rulino siete fuori strada, per quanto possa pesare, non è nulla rispetto al peso e all’ingombro delle macchine fotografiche che usava Vittorio Sella. Si trattava di una pesante cassetta di legno da utilizzare rigorosamente con il treppiede, anch’esso di legno pesante. Ma quello che gravava di più era la pellicola, dato che non si trattava di sottili nastri di plastica, ma di pesanti lastre di vetro delle dimensioni di un foglio 20×30 cm, Immaginate quanto pesano 36 lastre di vetro corrispondenti a uno dei nostri leggerissimi rullini e quanto sono più fragili.

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Dovette preparare delle apposite sacche e modificare degli zaini per un trasporto in sicurezza. Possiamo solo immaginare la sequenza delle operazioni. Arrivare in montagna, montare in una tenda che facesse da camera oscura ove maneggiare in sicurezza le lastre sensibili alla luce, caricare le nuove lastre per le foto, scaricare le lastre già esposte, interponendo un foglio di carta a protezione dell’emulsione, chiudere il tutto in robusti telai di legno impenetrabili all’acqua e alla luce.

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Alcune foto erano scattate “al collodio umido” il che voleva dire spalmare il collodio e poi i sali d’argento sulla lastra con la massima cura in cima a una montagna e solo poi uscire a fotografare. Per fortuna in seguito la tecnica del “collodio  secco” permise di portare via delle lastre già preparate a casa.

Il linguaggio fotografico

La fotografia, nella seconda metà dell’ottocento, era ancora un linguaggio nuovo apparteneva alla città dove venivano catturate le immagini della vita frenetica che cominciava ad animare le metropoli. Si eseguivano ritratti purché i soggetti avessero la pazienza di posare immobili per lunghi secondi. Altrimenti si fotografava il paesaggio.

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In montagna ancora non ci si era spinti così in alto come fece Vittorio Sella che inventò letteralmente la fotografia alpina. La qualità delle sue foto era talmente elevata che veniva chiamato apposta nelle spedizioni alpine per avere le sue foto.

Sella è ancora ricordato come forse il più grande fotografo di montagna di tutti i tempi. Il suo nome è sinonimo di perfezione tecnica e raffinatezza estetica“. (Jim Curran, K2: The Story of the Savage Mountain)

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Ed ecco che nelle sue foto appaiono picchi maestosi osservati da personaggi di schiena, Carovane di alpinisti in cammino con lunghe piccozze. Non mancavano le donne che si muovevano con pesanti gonne struscianti sulla neve.

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Biella e Schio

Due città di tradizione tessile ai piedi delle montagne. Questo unisce le due città. Dev’essere per questo che il CAI di Schio ha deciso di chiamare due esperti a parlare di montagna e anche di fotografia. Il 19 maggio sono venuti

  • Angelica Sella, discendente di Vittorio e direttrice della fondazione Sella
  • Alessandro Ceriotti, alpinista e fotografo
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Alessandro Ceriotti e Angelica Sella

Da questo incontro nascono le foto che illustrano questo articolo.

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L’evento si inquadra in una grande mostra/evento che coinvolge il CAI e il Comunedi Schio:

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Della sua inaugurazione abbiamo già parlato qui: 100 anni.

La mostra illustra, attraverso foto e diari dell’epoca, la sua costruzione giorno per giorno in una situazione in cui era impossibile, data la guerra, progettare un’opera compiutamente. Occorreva avanzare scattando foto da lontano tracciando segni di matita sulle foto e poi iniziando a scavare dentro la montagna, dato che le pareti erano talmente ripide da non fornire appoggi.

Il tutto narrato dalla capacità analitica di Claudio Rigon che da una foto riesce a ricostruire la situazione, l’ambiente sociale, la disposizione d’animo dei soggetti.

Dopo aver visto la mostra, percorrere la Strada delle gallerie sarà un’esperienza nuova.

Il 10 giugno parlerà Giancarlo Torresani, socio del nostro Circolo in una conferenza dal tema LA GUERRA NEL MIRINO.

L’elenco delle conferenze è qui: http://www.stradadellegallerie.it/gli-esperti-raccontano-calendario-degli-incontri/


Foto e testo di Renzo Priante

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3 commenti su “Fotografia e alpinismo

  1. Pingback: La guerra nel mirino | Circolo Fotografico Scledense BFI

  2. Sunil Deepak
    29/05/2017

    Una volta in un archivio, avevo visto alcune lastre di vetro usate per fotografare ma non mi ero soffermato a pensare su cosa poteva significare “essere il fotogorafo” a quei tempi con quelle attrezzatture. Leggere l’articolo, oltre a conoscere e apprezzare le opere di Vittorio Sella, mi ha dato una nuova comprensione di quell’esperienza. Grazie.

    Liked by 1 persona

    • cfschio
      29/05/2017

      Allora essere fotografo voleva dire conoscere la chimica e saper manipolare con ottima manualità i prodotti fotografici, contare i secondi e fare ogni passaggio nella giusta sequenza.
      Ogni tanto qualcuno “inventava” una passaggio nuovo, come quando Man Ray accese volutamente la luce durante la stampa e scoprì l’effetto di solarizzazione.

      Dato il tempo che occorreva dedicare a ogni foto, l momento dello scatto bisognava avere una cura maniacale nel valutare la provenienza della luce, stimare i tempi di esposizione, mettere in posa tutte le persone e correggere la postura fino allo scatto finale. Se era una foto di gruppo bisognava stare attenti che tutti avessero gli occhi aperti.

      Mi piace

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