Circolo Fotografico Scledense BFI

The purple line

Verificato per censura

Così un timbro certificava l’approvazione da parte dell’autorità. Durante la grande guerra zelanti funzionari aprivano le lettere dei poveri soldati al fronte, controllavano che non contenessero critiche o anche solo descrizioni di sconforto che potevano portare al “disfattismo“. Un tratto di china cancellava irrimediabilmente le parole che non dovevano circolare.

Se per le lettere la censura si manifestava con il segno nero, sui giornali si manifestava con il bianco. Sotto il fascismo gli articoli di giornale letti da funzionari del Min.Cul.Pop. (Ministero della Cultura Popolare), se non erano di gradimento del funzionario, sparivano lasciando un rettangolo bianco.

Con la democrazia la censura avrebbe dovuto sparire. Per la censura politica fu praticamente così, ma restò la censura etica, quella che non combatteva le idee politiche, ma la “morale comune”, essenza ineffabile e sfuggente. Stavolta furono messi sotto la lente i mezzi di comunicazione basati sulle immagini.

Le gambe delle Kessler e l’ultimo tango

Negli anni sessanta funzionari della censura calcolavano quanta superficie delle gambe delle gemelle Kessler doveva essere mostrata al grande pubblico della TV di stato.

Ricordiamo poi addirittura il rogo di un’opera d’arte, nel 1976, quarant’anni dopo i roghi fascisti. Si tratta del film di Bernardo Bertolucci ULTIMO TANGO A PARIGI (1).

Pixel di censura

Eppure la censura sembra connaturata alla vita pubblica, ha solo cambiato aspetto, ora la censura si manifesta con i pixel.

O almeno così deve aver pensato Thomas Hirschhorn. Un artista svizzero che sviluppa progressivamente una ricerca scultorea originale che non esita a mescolare materiali quotidiani, poveri, di scarto, quali sacchi della spazzatura, plastica, plexiglass, legni, cartone, fogli d’alluminio, tutti recuperati e messi assieme con un abbondante uso di nastri adesivi, ai quali s’aggiungono collage creati a partire da immagini pubblicitarie estratte da riviste di moda, il tutto ricomposto con frammenti e citazioni di testi filosofici, spesso riscritti direttamente a mano da Hirschhorn stesso o fotocopiati.

Tra il 2015 e il 2017 realizza un ciclo di lavori sulla censura, sulla rimozione delle immagini scomode che si avvale di quel procedimento grafico nel quale pochi pixel vengono ingranditi fino a rendere irriconoscibili alcune parti di un’immagine: gli occhi, una scena di violenza, il sangue, …

Come in una camera oscura

… il bianco del negativo diventa nero e viceversa, Thomas Hirschhorn rovescia la censura, mostra quello che gli altri nascondono e nasconde quello che gli altri mostrano.

PIXEL COLLAGE è un ciclo di lavori realizzato tra il 2015 e il 2017 riuniti assieme su un lunghissimo muro viola. Progetto e allestimento che invita a rimanere vigili e coscienti durante la visita.

La ricerca ci fa riflettere sul controllo delle immagini, rendendo visibili porzioni di realtà che sono sottratte al nostro sguardo attraverso la “pixellazione”, una tecnica tramite la quale l’immagine, o sue porzioni diventano irriconoscibili.

Le opere sono un lavoro di ricombinazione di foto pubblicitarie affiancate a immagini di corpi mutilati, operazione che spesso crea imbarazzo in chi le guarda, facendoci riflettere sul concetto, più volte espresso dall’artista, del dilagare dell’ipersensibilità nel mondo contemporaneo, che porta spesso alla censura.

L’opera è allestita al MAXXI di Roma.

Fotografie di Paolo Tomiello


Pillole di censura

Dei quasi 35 mila film subordinati alla Commissione di Censura dal 1944 a oggi, ben 274 non hanno ottenuto il visto di censura. Particolarmente bersagliato fu Pierpaolo Pasolini. Accattone fu vietato ai minori di 18 anni. L’anno seguente toccò a Mamma Roma: un tenente-colonnello sporse denuncia alla Procura della Repubblica di Venezia per “offesa al comune senso della morale e per contenuto osceno“. Nel marzo del 1963 una proiezione de La ricotta (con Orson Welles) venne interrotta dai Carabinieri; P.P.P. fu condannato a quattro mesi di reclusione con la condizionale per “vilipendio della religione”, e alla rimozione di alcune scene. Ma non fu il solo, “Dolci Inganni” di Lattuada fu sequestrato alla prima proiezione, poi mutilato dalla commissione ministeriale di revisione cinematografica. Mentre Luchino Visconti girava Rocco e i suoi fratelli (1960) il presidente della Provincia di Milano vietò le riprese all’Idroscalo. Perfino Totò fu censurato (Totò e Carolina di Mario Monicelli)

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Questa voce è stata pubblicata il 23/01/2022 da in Eventi esterni con tag , , , .

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