Circolo Fotografico Scledense BFI

I figli del lago

L’isola che non c’è

Secondo Piaget l’intelligenza è la più alta forma esistente di adattamento all’ambiente, una funzione ideativa che arriva addirittura a creare “l’isola che non c’è“, se il contesto naturale non è adeguato alle necessità umane.

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Isole dell’uomo

Due sono i casi antichi analoghi e più eclatanti:

  • le isole artificiali del lago Titicaca (8.372 Kmq.), sulle Ande tra Perù e Bolivia, a 3.800 metri di altitudine;
  • gli orti galleggianti del lago Inle (116 Kmq.), sulle montagne centrorientali della Birmania (oggi chiamata Myanmar) a circa 800 metri di quota.

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In ambedue le situazioni vivono gruppi etnici minoritari, privi o privati (purtroppo) di spazio vitale, che sopravvivono proprio grazie alla loro ingegnosità e adattamento all’ambiente d’acqua.

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L’antico popolo degli Uros,

cacciato dalle rive del lago Titicaca dall’invasione degli Inca, si rifugiò al centro del lago, dove, sovrapponendo strati e strati di totora (canna lacustre) intrecciata o di TEAC, creò isolette galleggianti su cui visse fino agli anni settanta del secolo scorso.

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Oggi risiedono a stento in capanne di totora gli ultimi Aymara, minacciati a loro volta di scomparire. Sulle isole galleggianti si vedono soprattutto le donne, sedute a lavorare nei loro colorati abiti tradizionali o in piedi a remare sulle minuscole canoe fatte di totora. Di totora sono anche molti dei manufatti artigianali prodotti dalle donne, con la vendita dei quali contribuiscono alla sopravvivenza della famiglia.

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Le foto di Paolo Tomiello (scatti in analogico in dia colore, risalenti a quarant’anni fa e trasferiti oggi in digitale) documentano quest’incredibile realtà galleggiante, frutto dell’attaccamento alla terra, di persone private addirittura del suolo su cui camminare. E’ una storia antica, risalente a seicento anni fa, testimonianza purtroppo di come l’uomo porti da sempre, connaturato in sé, il feroce istinto dell’estinzione altrui.

Figli del lago

Analogo è stato il destino della minoranza etnica Intha, di lingua birmano-tibetano, che abita in palafitte fatte di bambù intrecciato o di , raggruppate in piccoli villaggi attorno al lago o al suo stesso interno. Il loro nome significa letteralmente “Figli del lago” e contano circa 75.000 persone, per la maggior parte buddisti.

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Si sostengono con la coltivazione di ortaggi e fiori negli orti galleggianti. Le tribù hanno sfruttato interamente le caratteristiche delle acque del lago Inle, sulle quali hanno creato dei veri e propri appezzamenti galleggianti.

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Pescare le alghe

Con una tecnica particolarissima gli uomini pescano le alghe dal fondo, facendole poi appoggiare su canne di bambù piantate nel fondale, creando così una superficie molto fertile. Una volta raggiunta l’adeguata consistenza, è possibile seminare gli ortaggi che crescono abbondantemente, grazie al clima favorevole.

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Gli Intha si spostano in questi orti artificiali con piccole imbarcazioni a fondo piatto, coltivando direttamente dalle barche gli appezzamenti, che, galleggiando, si adeguano al dislivello del lago, che può raggiungere anche il metro e mezzo, tra stagione secca e periodo delle piogge.

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Equilibrio

I pescatori locali sono noti per praticare uno stile di canottaggio tradizionale, che richiede molta capacità d’equilibrio, poiché prevede di stare in piedi a poppa su di una gamba e di avvolgere l’altra attorno al remo, così da avere le mani libere per pescare con lunghe nasse che affondano nel lago, per catturare i pesci. Si ipotizza che questo stile unico si sia evoluto anche per avere una visuale più ampia oltre i canneti. Le donne invece remano con lo stile consueto, usando il remo con le mani, sedendosi a gambe incrociate a poppa.

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Quest’ambiente d’acqua, visitato venticinque anni fa, mi ha offerto l’occasione di riprendere, ancora in diapositiva colore trasferita poi in digitale, silhouette in controluce di pescatori Intha, somiglianti a pitture tradizionali dell’antico oriente, di godere di luce diffusa e di situazioni inconsuete ed uniche di vita in simbiosi con l’acqua.

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Un lago in pericolo

Oggi purtroppo questa civiltà lacustre è però in pericolo. Infatti il lago Inle si sta prosciugando rapidamente e sono necessari interventi urgenti per evitare che scompaia: un secolo fa l’Inle era profondo sei metri nella stagione delle piogge, ora non supera mai i tre metri di profondità.

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Testo di Giuliana Conchi

Fotografie di Giuliana Conchi e Paolo Tomiello

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