Circolo Fotografico Scledense BFI

Falò e riti agresti

Il decimo mese

Dicembre ultimo mese dell’anno, rifacendosi al nome, sarebbe il decimo mese e, contando a ritroso, il primo mese dovrebbe essere marzo, così chiamato perché anticamente dedicato al dio della guerra, Marte appunto.

Se l’anno comincia a marzo e finisce a dicembre, che fine fanno i primi due mesi dell’anno? Il fatto è che nelle prime società agricole quel tempo non c’è, ovvero non vale la pena di contarlo perché in inverno non succede nulla di importante.

Occorre rifarsi alla mentalità delle antiche società agrarie per capire che la loro concezione del tempo è completamente diversa dalla nostra. Il tempo è come un ciclo che si ripete: ogni stagione si succede all’altra, ogni anno sostituisce il precedente.

Come viene rappresentato il ciclo del tempo?

Nei palazzi di Persepoli è indicato come il rito cruento dell’anno nuovo che si mangia l’anno vecchio (non si può non pensare anche al significato traslato del nuovo principe che si sostituisce al precedente).

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Persepoli: l’anno nuovo soppianta l’anno vecchio

Uroburo

Oppure come un Uroburo, ovvero come un serpente che si morde la coda. Dobbiamo pensare al ciclo di vita di una società contadina dove il sostentamento passa attraverso un periodo silente. Sotto la terra il seme riposa, sembra morto eppure è pronto a rinascere come per miracolo, ma come sarà la nuova stagione? Vi sarà abbastanza sole da far crescere le piantine, vi sarà abbastanza pioggia per fertilizzarle? Un eccesso dell’uno o dell’altro mette a rischio la sopravvivenza della società contadina.

Il ciclo e il mito

Da questo ciclo nascono molti miti, come quello di Proserpina che, rapita dal dio degli inferi Plutone ottiene il permesso di tornare da sua madre Cerere in un ciclo di sei mesi sotto terra e sei mesi fuori terra che rispecchia la vicenda del passaggio dal seme al frutto. L’alternanza di vita e morte è alla base del calendario agricolo.

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la vècia, seduta sulla sua scopa e vestita con panni da contadina, sventola nell’aria

 

 

Ed ecco che anche operazioni funzionali alla vita in campagna come la potatura e la successiva bruciatura di ramaglie ed erbacce, operazione fatta nel cuore dell’inverno, diventa fatto rituale, rito propiziatorio. Si accende un rogo per invitare gli dei a inviare una stagione fertile. In alcuni casi la bruciatura delle stoppie è spostata agli inizi della primavera e ancora oggi viene ricordata come la chiamata di marzo oppure, a Recoaro, con la filastrocca “fòra febraro che marso ze qua“.

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Di solito la bruciatura delle stoppie avviene molto prima, nel cuore dell’inverno. Ed ecco che allora viene catturata da un altro mito, la strìa. Si fa dunque coincidere la bruciatura delle stoppie con la befana, in un rito, contraddittorio, dove chi ti porta i doni viene poi omaggiato bruciandola.

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Le prime faville lambiscono la scopa

La befana

Queste sono alcune delle radici antropologiche delle feste che vengono chiamate, almeno nel Veneto, brusa la vècia, brusa la strìa o semplicemente la befana.

Le foto che illustrano questo articolo sono state scattate a Chiuppano il 6 gennaio di quest’anno. La festa con pesca di beneficienza e balocchi per bambini ha un significato antico, di quando i nostri antenati sulle terra vivevano nei campi e cercavano di dare un significato al ciclo del tempo.

Valentina Toffoli giocoliera del fuoco

ancora oggi il fuoco esercita una specie di fascinazione su chi guarda

Valentina Toffoli giocoliera del fuoco

una fiamma lambisce le calze della befana

Valentina Toffoli giocoliera del fuoco

Valentina Toffoli giocoliera del fuoco

le faville schizzano nell’aria

Valentina Toffoli giocoliera del fuoco

il fato si compie: la befana è sacrificata

Valentina Toffoli giocoliera del fuoco

il rito si è compiuto il nuovo anno sta per nascere


fotografie di Renzo Priante

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Questa voce è stata pubblicata il 03/02/2019 da in Gallerie con tag , , , , .
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