Circolo Fotografico Scledense BFI

La fabbrica di mattoni

Adobe

Si chiamavano “adobe” i primi mattoni che si usavano ai tempi del babilonesi e avevano una faccia piana e una convessa. Erano un semplice impasto di terra argillosa cruda, venivano formati probabilmente utilizzando un semplice telaio di legno e poi messi ad essiccare. Eppure una tecnologia così semplice fu utilizzata per costruire le mura di Babilonia e a sostenere i celebri giardini pensili che dovevano raffrescare gli abitanti della città nel VI secolo aC.

Solo dopo si ebbe la tecnologia adatta per cuocere i mattoni dato che occorreva portarli a temperature di almeno 800 °C. Ci riuscirono agevolmente i romani che cuocevano mattoni quadrati con lato di 1,5 piedi (sesquipedales) o di 2 piedi (bipedales).

Nell’ipertecnologica epoca attuale l’antica tecnica del mattone crudo è stata riscoperta  dall’architettura biologica che esalta le proprietà della “terra cruda” come massa per inerzia termica in grado di smorzare i picchi di temperatura e umidità.

Un’antica tecnologia

Ma nei paesi più poveri l’antica tecnologia non è mai stata dimenticata e le tecniche non sono cambiate molto negli ultimi due millenni.

Ne sono una testimonianza queste foto scattate nel Madagascar pochi anni fa, nel 2014. Un po’ ovunque nell’isola si producono mattoni a mano sempre con la stessa tecnica e un largo impiego di manodopera.

La tecnologia è quella tramandata di generazione in generazione. Si parte da un impasto di argilla cruda eventualmente mescolata con paglia o altre fibre utili a mantenere assieme l’impasto. Curiosamente questa tecnica di addizionare segatura è alla base degli odiernio laterizi ad alte prestazioni termiche.

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I mattoni, per costruire case con muri diritti, devono avere dimensioni regolari e soprattutto essere tutti uguali. Giocoforza utilizzare stampi. Uno ad uno gli stampi vengono riempiti a mano, la superficie lisciata e solo dopo essersi assicurati che non vi sono spazi vuoti e gli spigoli sono retti, il telaio viene aperto e il mattone fresco estratto.

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I mattoni poi vengono stesi al sole ad essiccare in modo che mantengano la forma e si possa agevolmente maneggiarli. la superficie della “fabbrica” si riempie allora di vasto pavimento di laterizio intervallato da file di muretti dove i mattoni sono opportunamente distanziati in modo che l’aria calda possa circolare.

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I mattoni si producono un po’ ovunque nel Madagascar, e dove non si trova terreno pianeggiante, si approfitta dei piccoli lembi di terra in mezzo al fiume.

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Talvolta dopo l’essiccazione si costruiscono delle alte cataste che ricordano vagamente delle architetture. I mattoni esterni vengono sigillati con del fango, lasciando delle aperture che serviranno da camino, la sommità viene cosparsa di sabbia. All’interno, in una specie di camera del fuoco, si pone legna che bruciando produrrà una specie di cottura. La temperatura non raggiungerà mai gli 800 gradi, ma comunque questa blanda cottura sarà sufficiente a stabilizzare l’argilla senza dare al mattone la resistenza di quelli cotti.

E’ impressionante vedere il fumo che passa tra i pori di queste cataste.

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Una volta essiccati i mattoni vanno riuniti e accatastati, pronti per la vendita. Sorgono delle enormi architetture posticce alte e visibili da lontano, una specie di pubblicità.

Ma, in tutte queste lavorazioni, quello che colpisce di più è il lavoro manuale di donne a bambini che movimentano pile di mattoni sul loro capo.

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Fotografie di Paolo Tomiello

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