Circolo Fotografico Scledense BFI

La luce nell’abbandono

Visitare luoghi abbandonati ha un fascino particolare, si respira un po’ della vita che un tempo frequentava questi luoghi. Se poi i luoghi  sono una fabbrica, un grande fabbrica come la Lanerossi le dimensioni sono immense tali da ospitare migliaia di operai sotto un’unico tetto, compresi macchinari e impianti.

Mi sembra di immaginare le migliaia di persone che qui lavoravano vivevano, parlavano, guardavano fuori dalla finestra e vedevano quelle stesse cose che vediamo noi, solo che ora gli alberi si sono inselvatichiti e il ponte è stato demolito.

Così racconta l’autore, Giuseppe Santamaria.

Sono foto particolari, molto pittoriche, irreali. I colori sono saturi, i bordi sono definiti, le macchie e le scrostature sono nette.

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Quello specchio sembra una finestra, tanto è nitida l’immagine riflessa, lo spazio è a fuoco fino all’infinito come nelle incisioni di Escher e ogni porta sembra aprirsi a un nuovo spazio.

 

 

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Le foto fanno parte di un portfolio che viene esposto a Thiene e presentato da Giancarlo Torresani che scrive:

“Centinaia di scledensi ci passano sotto ogni giorno eppure a pochi è balzata agli occhi quella incisione in numeri romani, sotto il nome di Francesco Rossi: 1817. Quest’anno ricorre il bicentenario della fondazione del Lanificio Rossi e la ricorrenza sta passando sotto silenzio”.  (Mauro Sartori – “Il GIORNALE DI VICENZA”)

Osservando questa mostra verrebbe da dire che il “fatto” non è passato inosservato allo sguardo di Santamaria che, con originale creatività, ha inteso omaggiare, attraverso il suo obiettivo, questo sito dimenticato: “testimone silenzioso della maggiore industria laniera italiana nella seconda metà dell’800, vanto per innovazione”.

Se è pur vero che molti fotografi si sono spesi – sui siti abbandonati – per testimoniare le tracce di un tempo passato, diverso è l’atteggiamento scelto da questo autore che, pur mettendo a fuoco un’emergenza di altissimo valore (un’architettura tanto nota e celebrata in manuali e convegni quanto ignorata), pone una luce diversa sul luogo astraendolo dalla realtà per elevarlo ad un’insolita interpretazione artistica.

Se un luogo abbandonato produce il vuoto … il luogo non è improduttivo poiché, a mio avviso, può lasciare spazio alla creatività dell’autore libero di farne quel che gli pare. Il vuoto è una condizione che permette di riempire, di imprimere un’ “orma” come su una distesa di sabbia piatta e bagnata dal mare. I luoghi abbandonati sono poetici, lontani dal quotidiano, ma così eterni nel loro essere vittime dell’agire del tempo.

 

Le opere di Santamaria parlano di un mondo imperfetto, dell’usura della vita affrontata con umiltà, della sofferenza che si fa arte: attraverso la materia, gli scarti, le cose consumate, alle quali l’autore aggiunge una interiore leggera liricità che allevia il quotidiano, come quell’imprevedibile presenza di un piano che ci fa esclamare: cosa diavolo ci fa un pianoforte in mezzo a quella grande stanza e, soprattutto, perché?”.

In quest’abbandono, c’è un vuoto silenzioso quasi nascosto dalla metafisica presenza di un lungo tendaggio con funzioni diverse da quelle per cui era stato pensato e appeso. Un vuoto fotografato (in controtendenza rispetto ai molti lavori prodotti sul tema) con leggere cromie (trattate in HDR) per modificare la realtà; e così la fotocamera si muove, si ferma, osserva e con un click raccoglie momenti che il proprio stato d’animo interpreta ed elabora.

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Scatti capaci di suscitare curiosità e stimolare una riflessione, sul presente e sul futuro di questo monumento al lavoro, simbolo di un’età che sembra tramontata e che nonostante tutto continua a vivere in silenzio in attesa di una rigenerazione, che può prendere le mosse, perché no, anche da queste eloquenti e suggestive immagini.

Concluderei (queste mie note) con gli intensi versi di Vincenzo Cardarelli :

 

Volata sei, fuggita
come una colomba
e ti sei persa, là, verso oriente.
Ma sono rimasti i luoghi che ti videro
e l’ore dei nostri incontri.
Ore deserte,
luoghi per me divenuti un sepolcro
a cui faccio la guardia.

Un messaggio chiaro, triste e pregno di sofferenza, per la fine di un rapporto che evidentemente non potrà proseguire ma “degno d’essere custodito nella memoria”.

Giuseppe Santamaria – a differenza del poeta – propone una “luce” nuova su ciò che è stato, una speranza, che solo un’accurata visione artistica può farci immaginare. Buona Luce!

Giancarlo Torresani

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Le foto saranno esposte a Thiene dal 2 all’11 settembre nello spazio espositivo della Galleria d’Arte Moderna in via S. Maria Maddalena, assieme ai dipinti di Annalisa Rama.

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Le foto sono frutto di una ricerca che Giuseppe Santamaria svolge da anni visitando luoghi abbandonati, quali fabbriche, ma anche ex ospedali psichiatrici, ville, … La maggior parte delle foto si riferisce agli stabilimenti abbandonati della Lanerossi, a Schio e Rocchette.

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Un commento su “La luce nell’abbandono

  1. Sunil Deepak
    31/08/2017

    Molto suggestive, sia le immagini che le parole! Grazie

    Mi piace

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