Circolo Fotografico Scledense BFI

Beat generation

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I saw the best minds of my generation destroyed by madness …

Ho visto le migliori menti della mia generazione
distrutte dalla pazzia, affamate, nude isteriche
trascinarsi per strade di negri all’alba in cerca di droga rabbiosa …

 

Era il 1955 quando Allen Ginzberg pubblicò URLO un poema urlato e disperato. Ci vollero 10 anni prima l’Urlo raggiungesse l’Italia (Juke Box all’Idrogeno tradotto da Fernanda Pivano).

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Nel 1951 era uscito ON THE ROAD / SULLA STRADA di Jack Kerouac. In Italia uscì nel 1959 in una collana prestigiosa, ma riuscì a raggiungere i giovani quando venne venduto a basso prezzo tra gli Oscar Mondadori (350 lire dell’epoca) nella amatissima traduzione di Fernanda Pivano, era il 1967.

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Negli anni ’60 si diffondeva in Italia la cultura beat. Letterariamente era una cultura fortemente critica, distruttiva, vicina alla droga che combatteva quella visione ottimistica diffusa dai film di Hollywood; la letteratura beat era nemica del benessere di massa, delle vacanze, delle mode, delle convenzioni.

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Difficile da definire la cultura beat, più facile parlare di Beat generation, dato che attraversò come una scarica i giovani che si affacciavano alla maturità durante gli anni ’60 e ’70. Più famoso ancora il suo versante musicale che iniziò con la musica dei Beatles e poi continuò con il rock.

Cos’è dunque il beat?

E’ molte cose contraddittorie tra loro, ma quello che unifica tutte le definizioni è il periodo storico nel quale apparvero sulla scena i babyboomers, quella folta presenza di giovani nati nel secondo dopoguerra che si trovarono in un mondo completamente diverso dai loro genitori. Non più guerre, grande sviluppo dei consumi, una certa relativa agiatezza e il tempo di trovarsi e riflettere, discutere, immaginare-sognare-progettare un mondo diverso costruito su misura dei giovani e degli ideali di pace e amore per tutti (“Non fidarti di nessuno che abbia più di 30 anni”  dicevano i Who).

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Un’evidente utopia, col senno di poi. Ma così potente da dare il via alla ribellione contro la guerra del Viet Nam, al Maggio Francese, alle comunità hippy, alla musica rock …

Ecco dunque il beat come spazio di confine. Così l’ha letto Mario Paoletto che di quell’epoca di confine ha voluto fotografare le icone.

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Le foto sono state esposte a palazzo Fogazzaro nel corso della mostra Spazi di confine.

Foto di Mario Paoletto

 

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Un commento su “Beat generation

  1. Sunil Deepak
    11/01/2017

    Ripensandoci, mi ha colpito molto i diversi significati che la parola beat poteva avere – beat come battuto, o beat come ritmo della musica e anche come il diminuitivo di Beatles e la parola collegata, Beatniks.

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Questa voce è stata pubblicata il 11/01/2017 da in Eventi CFS con tag , , , , .
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