Circolo Fotografico Scledense BFI

Fotografia e verità

Una fotografia passa per la prova incontrovertibile che una data cosa è accaduta. La fotografia può essere diistorta; ma c’è sempre la presunzione che qualcosa esiste, o esisteva, e somiglia all’oggetto della foto

Le immagini che idealizzano (come la maggior parte delle foto di moda o di animali) sono non meno aggressive delle opere che fanno della semplicità una virtù (come le foto che riguardano una classe sociale, le foto di posti deserti o le foto di persone stupide). C’è un’aggressione implicita ogni volta che una macchina fotografica viene usata” (Susan Sontag, On Photography Rosetta books 2005)

susan-sontag by annie-leibovitz

Le due frasi estrapolate da un libro fondamentale di Susan Sontag mettono bene in chiaro la dicotomia cui la fotografia soggiace. La fotografia è a un tempo documentazione della realtà e forzatura della realtà, sua ricreazione, sua possibile manipolazione.

Non è un caso se i dittatori amano manipolare le fotografie come sono costretti a modificare i libri di storia. Dunque occorre riflettere sul proprio operato di fotografi, anche in questi giorni in cui fatti sensazionali si affacciano tra le pagine della cronaca, pronti a entrare in quelle della storia.

Molto interessante l’articolo che pubblichiamo di seguito, prendendolo dal blog dell’autore Michele Smargiassi: http://smargiassi-michele.blogautore.repubblica.it/

Si tratta di un’intervista a un fotografo italiano impegnato in zone di conflitto per conto della Magnum: Paolo Pellegrin.

Per conoscere qualcosa di più su Paolo Pellegrin vale la pena di visitare: http://tinyurl.com/7s6vq3p

Una foto non cambia la storia, le appartiene

Pubblicata originariamente in http://tinyurl.com/pwfjpu7
Cambiano il corso della storia o sono alibi all’indifferenza? Scuotono il potere o anestetizzano le coscienze? Troppo spesso le fotografie dell’ingiustizia e del dolore estremo finiscono sul banco degli imputati o sul lettino dello psicanalista, mentre vorrebbero essere semplicemente le testimonianze di giornalisti che usano le immagi ni al posto delle parole.
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Paolo Pellegrin, Lesbos © 2015 Paolo Pellegrin / Magnum Photos / Contrasto, g.c.

Come Paolo Pellegrin. Da dieci anni fa parte di Magnum, l’accademia del fotogiornalismo, ed è appena rientrato dalle isole dell’Egeo, dove ha fotografato per le maggiori testate internazionali, e oggi per Repubblica, l’esodo più impressionante del secolo. Con lui ragioniamo sul potere delle fotografie, che proprio in queste settimane, dall’icona tragica del piccolo Alan riverso sulla spiaggia di Bodrum alle maree umane sulle autostrade balcaniche, sembra essere stato capace di cambiare l’opinione pubblica e le decisioni dei governi.

Per sua natura la fotografia riesce solo a raccontare momenti particolari. Come può affrontare un dramma epocale senza rimanere alla superficie, senza fermarsi solo al limite dell’attimo?

“La fotografia ha la capacità straordinaria di fare convivere lo specifico e l’universale. Non che sia facile trovare il punto d’equilibrio. Ogni fenomeno storico è fatto di singoli drammi umani che non possono essere ignorati, altrimenti restano solo le fredde ragioni della politica. Ma avendo lavorato per anni in Medio Oriente so che non puoi capire il perché di quelle guerre infinite e fallite senza andare oltre l’evento”.

Ma la fotografia può farlo? Ferdinando Scianna, tuo predecessore in Magnum, dice che la fotografia mostra il cadavere ma non l’assassino.

“Si, la singola immagine non può dare conto di cause ed effetti, ma un lavoro più lungo può mettere a confronto il dramma manifesto con situazioni nascoste, creare una tensione fra il fatto e il perché

Fotografare ancora una volta l’esodo globale cosa può dire di nuovo?

“A Lesbos o a Kos è comunque necessario andare per creare documenti della storia. Ma questo reportage non è estemporaneo. Fa parte di un progetto di media durata che conduco assieme a Scott Anderson del New York Times Magazine. L’orizzonte è il Medio Oriente, i rifugiati sono solo una delle questioni chiave che abbiamo identificato. Nel corso del lavoro rendiamo disponibili singoli servizi, è un di doppio binario fra cronaca tempestiva e ricerca di ampio respiro”.

È finita l’epoca del fotogiornalismo classico, dell’immagine che riassume tutto?

“All’interno di un lavoro di lunga durata ci può essere anche un momento di spot news. A Lesbos ho fotografato una battaglia tra profughi siriani ed afghani, i secondi pensavano che le autorità privilegiassero i primi. Un evento che è un’informazione in sé. Ma io continuo a pensare che il senso sia nella somma di molti racconti”.

A volte però si prende la scorciatoia, e si finisce nell’icona. Hai visto la foto della bimba che gattona davanti agli scudi della polizia turca?

“Si, una foto d’impatto, molto facile, demagogica, credo non l’avrei fatta. Da lettore mi sento a disagio quando il fotografo mi impone un’emozione. La foto-icona è un’immagine chiusa, che non ti chiede di fare null’altro che commuoverti. Capisco l’esigenza delle agenzie, ma la fotografia singola è sempre a rischio. A me interessa un a fotografia aperta, in cui io sono in mezzo a quel che vedo, mi faccio domande, e ogni risposta sposta l’orizzonte su altre domande. La fotografia ha sempre a che vedere
con la giusta distanza fisica ed emotiva. Io cerco i volti, metto nel conto la tacita accettazione della mia presenza sulla scena. Non voglio che il lettore pensi che sono fotografie scattate da un occhio disincarnato”.

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Paolo Pellegrin, Lesbos © 2015 Paolo Pellegrin / Magnum Photos / Contrasto, g.c.

Fotografare significa non intervenire, antica obiezione etica. Hai mai provato un senso di passività?

“Non è facile stare dentro una tragedia senza intervenire. Mi è capitato di mettere da parte la fotocamera, a volte. In Libano nel 2006 sono entrato in un villaggio bombardato dagli israeliani. Sembrava deserto, ma in uno scantinato abbiamo trovato un gruppo di anziani, nascosti da giorni, troppo vecchi per farcela da soli. Non potavamo fotografare e andarcene. Li portammo in una zona meno esposta, in attesa di soccorsi. Quando sei l’unico che può fare qualcosa, prevale l’uomo sul fotografo. Ma quasi sempre in quelle occasioni non sei l’unico. A Lesbos sbarcavano persone stremate, sofferenti, ma anche felici di avercela fatta, e io fotografavo, ma di fianco a me c’erano i volontari greci e internazionali… La mia missione in quel contesto era di fare il mestiere che mi sono scelto: l’occhio delegato di una comunità”.

C’è un limite etico a quello che può essere fotografato?

Ho una intera galleria mentale di foto non fatte. Per pudore, o per paura. Ci sono anche fotografie che rimpiango di avere fatto. Non c’è una formula. Non c’è differenza fra l’etica del fotografo e quella dell’uomo. C’è sempre una tensione, ci metti la somma di tutto te stesso, di volta in volta cerchi di capire qual è la cosa giusta. La foto è pensiero, cambia con noi, oggi sono diverso da dieci anni fa, sono più vecchio, sono un padre…”.
La fotografia del piccolo Alan annegato a faccia in giù nella sabbia di Bodrum: l’avresti fatta?
(Lungo silenzio) “Puoi capirlo solo quando sei lì. Si, probabilmente l’avrei fatta, è comunque un’immagine importante, ha un merito: ha fatto irruzione nel discorso pubblico e poi in quello politico, e questo è quel che si chiede a una buona fotografia giornalistica. Un giorno, a Cana, dopo un bombardamento, trovai decine di cadaveri in un edificio in cemento che avevano pensato fosse un riparo. C’erano bambini. Con molta consapevolezza decisi che era necessario documentare quel crimine”.

Si può scattare subito, e dopo riflettere cosa pubblicare.

“Certo, fotografi sempre due volte la stessa immagine: la seconda quando scegli di mostrarla”.

È giusto mostrare tutto? Hai mai avuto la tentazione di aumentare la dose di shock per “bucare” l’attenzione del lettore, per evitare l’assuefazione?

“Si, può anche esistere quella che gli americani chiamano compassion fatigue, ma ti chiedo, qual è l’alternativa? Smettere di fotografare perché tanto non serve? Fra cinquant’anni, quando uno storico revisionista minimizzerà la sofferenza di queste persone, avremo dei documenti”.

l compito di fotografare tutto, sembra essere assolto dai fotocellulari. Dovunque accada qualcosa, un telefonino scatterà la foto prima di te. Questo come cambia il tuo lavoro?

“Sì, tutti fanno foto. I volontari, i soccorritori, i profughi stessi appena sbarcati. Ma questa ansia generale di produrre immagini mentre si vive un’esperienza forte fa parte delle cose da raccontare. Non mi crea nessun problema, sono testimonianze, come i ricordi che uno porta con sé, io faccio altro, raccolgo quel che vedo e lo rielaboro come meglio so fare”.

È quello che fa un giornalista. Ma il fotoreporter è ancora un giornalista?

“Sicuramente è anche un giornalista”

Anche? Ed è anche che cosa d’altro? Assieme a Alex Majoli hai terminato un libro sul Congo, un libro che si allontana dal fotogiornalismo… L’arte come destino della fotografia?

“Fotogiornalismo è anche raccontare la bellezza della vita, un’idea di celebrazione di un luogo, di persone, di incontri, Sì, in Congo ci siamo presi delle libertà che lavorando per per un settimanale non sarebbero possibili, non sarebbero giuste, non ci sono didascalie ad esempio, c’è un’esperienza non verbalizzata, ho amato molto quella opportunità di avere carta bianca e spero ci siano altre occasioni di continuare in quel solco. Ma una strada non esclude l’altra, la mia pietra d’angolo è il fotogiornalismo, il mio cuore è ancora legato ai giornali”.

C’è qualcosa che ancora non sei riuscito a mettere nelle tue foto?

“È talmente piena di limiti la fotografia, non si muove, non parla, non ascolta… Probabilmente nella somma dei suoi limiti sta la sua capacità di penetrare nel cuore della gente come le parole non riescono a fare”.

E dunque, le fotografie cambiano la storia?

“Io non credo di potere o dover cambiare la testa a nessuno, e non è questo il compito che mi sento addosso. Io voglio far parte di un mondo dove le fotografie entrano in un circuito sociale, cariche di informazioni e di emozioni, acquistano nel loro vagare anche una vita propria, possono incontrare persone e coscienze e far nascere qualcosa. Una fotografia non è un’ideologia che stravolge le menti, è un seme: se sposta qualcosa lo fa piano, crescendo dentro chi la guarda. A questo credo ancora, lo dico da fotografo ma anche da lettore, perché nessuna fotografia esiste davvero se non incontra una coscienza che la accoglie e la completa”.
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Questa voce è stata pubblicata il 27/11/2015 da in cultura fotografica con tag , , , .
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