Circolo Fotografico Scledense BFI

Il Pasubio e la Grande Guerra

Se il monte Novegno è il “monte di casa” degli scledensi, il massiccio del Pasubio è uno dei luoghi simbolo della prima guerra mondiale.

via pasubio-logoIl Pasubio appartiene all’immaginario collettivo di tutti gli italiani. Per gli italiani il nome Pasubio è uno dei primi che salta in mente quando abbiamo bisogno di rappresentarci fisicamente i furiosi combattimenti della guerra del ’15-’18

“Se girate per gli oltre ottomila comuni italiani avete una certezza: vi trovate una via Pasubio; è una delle strade più diffuse. Diffondendosi nella toponomastica, ha così fissato nella memoria collettiva questo nome e ora appartiene alla cultura italiana” ci dice il sindaco di Valli del Pasubio, Armando Cunegato.

Proprio partendo da questa constatazione è stato lanciato un progetto artistico, storico e culturale promosso dall’artista Marco Nereo Rotelli: http://viapasubio.it/

Raggiungere il Pasubio

Il Pasubio è un monte affollato: escursionisti, ricercatori (storici, ma anche di reperti), appassionati di montagna o fotografi come noi si distribuiscono sull’immensa superficie del massiccio, ma quando si ritrovano tutti al rifugio, questo appare più accalcato di un bar alla moda durante una happy hour.

Eppure non è sempre comodo recarsi sul monte. L’auto privata è proibita (tutte quelle migliaia di auto devasterebbero la massicciata e ostacolerebbero l’escursione a piedi), si può utilizzare il pulmino, rispettandone gli orari e la lentezza. Per lo più sul Pasubio si va a piedi.

La strada preferita è la STRADA DELLE GALLERIE, uno dei sentieri più suggestivi ed amati dagli escursionisti. Di questa parleremo un’altra volta.

Con la guida esperta fornitaci dall’Associazione 4 novembre, siamo saliti al Pasubio dal passo Pian delle Fugazze, lungo quella che è stata ribattezzata enfaticamente strada degli eroi, ma che per gli alpinisti si chiama semplicemente sentiero della val di Fieno.

Lungo una strada non difficile, ma in continua salita si arriva alla galleria d’Havet. Oltrepassata questa, ti sembra di essere entrato fisicamente nell’immenso scenario del Pasubio.

Il sentiero delle creste

Natale 2011Noi abbiamo abbandonato la strada per salire sul sentiero delle Creste, sullo spartiacque tra la Vallarsa e la Val Leogra.

La prima cosa che salta all’occhio è la smisurata quantità di stelle alpine.

E pensare che 40 anni fa le stelle alpine stavano quasi per scomparire amate com’erano dai turisti di allora. Poi una campagna di sensibilizzazione (“Chi ama la montagna le lascia i suoi fiori“) ha invertito la tendenza educando al rispetto per la natura.

Oggi si vede il miracolo di un fiore che si trova a mazzi su tutte le rocce, basta solo abbandonare la strada principale.

Pasubio_8944

Natale 2011

Arriviamo al Soglio dell’Incudine, un palcoscenico naturale da dove la vista spazia a distanze che solo un esperto di montagna sa valutare (“vedi, quello è il gruppo del Brenta”) e che a noi fa venire le vertigini.

Pasubio_8989In tempo di guerra questa zona era affollatissima, attorno al rifugio Papa viveva una città di migliaia  e migliaia di soldati, forse bisognerebbe dire una tendopoli dato che i ripari erano spesso di lamiera o di tela. Eppure nutrire e rifornire (munizioni, ma anche sapone, cibo e perfino acqua) questa massa di persone comporta problemi logistici difficilmente immaginabili. Pensate all’acqua, quanta acqua serviva per le esigenze di alimentazione, igiene di tutta questa popolazione? Se d’inverno si poteva sciogliere la neve, d’estate occorreva pompare in quota centinaia di migliaia di litri d’acqua ogni giorno con condotte che resistessero a pressioni gigantesche.

Per cibo e munizioni c’erano invece le teleferiche e, dove non arrivavano queste, c’erano i muli.

Cosa ci fa un lavatoio sul Pasubio?

Fa tenerezza osservare oggi una lavatoio presso il Soglio dell’Incudine: non c’è acqua né case, non ci sono segni di vita permanente, a cosa può servire sulla cima di un monte asciutto come questo?

Ancora una volta la risposta è la guerra.

Qui era zona di retroguardia e solo nel 1917 gli ufficiali capirono che non si poteva pretendere che i soldati vivessero di obbedienza, trincea, munizioni e scarso rancio. Quando ricevevano il cambio dalla prima linea venivano portati nelle retroguardie dove i soldati potevano riposarsi dalle fatiche della prima linea. Qui il genio militare costruì dei lavatoio sapendo che l’acqua doveva essere pompata da sotto superando dislivelli (e pressioni idrauliche) di centinaia di metri. Qui finalmente il soldato tornava uomo, riprendeva un po’ di dignità nella misura in cui poteva prendersi cura di sé lavando il proprio corpo e la propria biancheria.

Lavatoio per le truppe

Lavatoio per le truppe

Il sentiero prosegue per Cima Palon e poi verso il Dente Italiano e il Dente austriaco.

Ogni tanto compaiono gallerie che erano gli unici posti sicuri dai continui bombardamenti e dai cecchini.

Cima PalonNelle gallerie sotto il Dente Italiano si combattè una guerra di esplosivi.

Si decise così di utilizzare la guerra di mine, ossia posizionare attraverso gallerie grandi quantità di esplosivi sotto le linee nemiche per poi farle saltare. La prima mina fu fatta brillare dagli austriaci il 29 settembre 1917. Ne seguì una italiana e si proseguì per un totale di dieci deflagrazioni fino alla più potente, quella della mina austriaca del 13 marzo 1918, per la quale furono utilizzate 50 tonnellate di esplosivo e che provocò la morte di oltre 50 soldati italiani segnando definitivamente anche il profilo della montagna: “… l’intero massiccio del Dente sembrò un mare di fiamme dal quale emergevano vampe fino a 30 metri di altezza…” scrisse il generale Brunner. (vedi http://www.trentinograndeguerra.it/context.jsp?area=101&ID_LINK=250&id_context=568)

I morti furono troppi anche per questa immensa montagna e così, finita le guerra ci vollero 26 mesi per sgomberare la zona.

Tutto si giocò in un brandello di montagna di duecento metri per ottanta che fece 4500 morti, tanti che per farceli stare tutti insieme – scrisse il generale austriaco von Ellison – si sarebbe dovuto impilarli, e forse non sarebbe bastato. I corpi fatti a pezzi erano così numerosi che si aspettò il 1921 per riaprire la montagna agli umani. Ventisei mesi c’erano voluti per sgomberarla dai corpi. Ma le ossa biancheggiarono così a lungo nei burroni che fino agli anni ’50 si piazzarono dei cestini perché i gitanti le deponessero. A fine stagione gli alpini col cappellano militare ne portavano via carrettate. (vedi http://tinyurl.com/ob92ez3)

Scaffali della memoriaFotografare significa cercare il posto di vista migliore, anche se questo può rivelarsi un po' difficile

Fotografare significa cercare il posto di vista migliore, anche se questo può rivelarsi un po’ problematico

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2 commenti su “Il Pasubio e la Grande Guerra

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